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Una cura per la “malpractice”

Una delle capacità fondamentali , se non proprio quella predominante di un bravo mediatore , è quella di saper dare sfogo ad accogliere i vissuti emotivi dei contendenti, col fine di superare quella che la disciplina chiama “disarmonie relazionali”, che costituiscono la causa fondamentale che impedisce alle parti di ricomporre armonicamente e in accordo la lite che li oppone.
Se procediamo attraverso un metodo induttivo, tentando di riconoscere quanto appena esposto, nel particolare caso della mediazione in ambito di responsabilità medico-sanitaria, osserviamo agevolmente che nella maggior parte dei casi, le rivendicazioni del paziente per l’ esito di un atto medico risultato insoddisfacente, siano generate da un difetto nella relazione con il medico, a prescindere se vi sia stata oppure no una “malpractice”, un errore vero e proprio.

I più recenti dati mostrano, che le controversie in materia di responsabilità professionale costituiscono una consistente percentuale delle cause civili iscritte a ruolo, tra le quali, quelle per responsabilità sanitaria, ne sono la fetta più considerevole. Allo stato attuale, però, nemmeno l’ obbligo della mediazione, sembra aver raggiunto quel risultato deflatorio che ci si augurava, in parte per la difficoltà sopra menzionata.
Proprio alla luce di ciò, è fondamentale che il mediatore, nel pieno possesso e padroneggiamento delle proprie capacità naturali e tecniche, si mostri fin da subito in grado si considerare le innumerevoli variabili, emotive e tecnico-pratiche, che sono intervenute nelle relazioni tra il paziente e il medico e le altre parti coinvolte, ciascuna per la propria quota di responsabilità.
Tuttavia, oltre questa importante precisazione, è innegabile che, da un punto di vista pratico, in materia di responsabilità medico-sanitaria, il procedimento sia, già in partenza, gravata dall’ handicap di una complessità particolare. La cosiddetta malpractice, infatti, secondo il più recente profilo attribuitogli dalla giurisprudenza, non si limita alla responsabilità del medico, ma coinvolge tutti i soggetti che erogano un servizio sanitario, oltre il medico, il primario, la struttura ospedaliera e la compagnia assicurativa di copertura.
La disciplina più all’ avanguardia, suggerisce, per arginare le difficoltà derivanti dalle componenti emotive che condizionano il successo della mediazione nel campo della malpractice parlano di “mediazione trasformativa”, cioè di un processo che, attivato tramite un mediatore che esercita la sua autorevolezza attraverso l’ ascolto, l’ equi-prossimità, la flessibilità, è in grado di risanare quelle disarmonie relazionali generatrici di un conflitto, e che molto spesso vanno aldilà di un vero e proprio errore medico: la qualificazione e il risarcimento del danno restano pur sempre due cardini della mediazione per responsabilità medica, ma essere parte attiva in una mediazione può e deve essere un giovamento anche per le parti diverse dal paziente alla vittima che più facilmente vedrebbero ripristinate l’ immagine e la fiducia dell' utenza nei loro confronti.

A cura dell' Addetto Stampa Serena Casaburi

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